je ne t'aime plus mon amour.


21.12.07

"Oh. Dani ici, j'suis peut-être en train de m'occuper de mes affaires... laisse-moi un message après le bip sonore."

"Ciao, sono io. Ti chiamo adesso perché sono una stronzavigliacca e so che stai in palestra col telefono staccato... così è più facile dirti quello che ti devo dire. È uno schifo, ma non ci riuscirei mai a lasciarti mentre mi guardi con quegli occhi da cane bastonato che mi fanno impazzire di rabbia e di fastidio e mi fanno pure bagnare... che alla fine con quegli occhi da bambino mi hai sempre scopato come un uomo. Tu adesso penserai che se ti lascio lo faccio per i soldi e forse è vero, ma ti devi dare una svegliata se pensi veramente che è l'unica ragione. La prima volta che mi hai detto ti amo c'avevamo quattordici anni e io non ci ho creduto per un cazzo. Per dirmelo di nuovo hai aspettato tutto questo tempo, putain de Dieu, hai aspettato che mi fottessi un altro uomo. Ti sei fatto mettere le corna e hai aspettato di non passare più dalle porte prima di dirmi che mi ami, cazzo, e io non ci credo manco questa volta. Ti voglio bene e te ne vorrò sempre. Però non ti amo. Può essere che sono io che non sono capace di amare, che non ho mai capito come si fa, ma allora se devo scegliere scelgo i soldi, la stabilità e mi scelgo un futuro. Un futuro... tu non me l'hai mai promesso un futuro con te, non mi hai mai detto ti amo come lo fa Serge, guardandomi come un uomo che guarda la donna per cui farebbe di tutto. Il tuo problema non è che sei un pezzente, è che non te ne frega un cazzo. Non hai mai cercato di costruire niente per me e per te. Potevi fare tutto, mon amour... non lo so cosa ti racconta quel perdente di tuo padre per buttarti sul ring a farti massacrare come un cane, non so che cazzate ti imbocca, ma tu non sei nato scemo, ti ci stanno facendo diventare, ti si stanno fottendo la vita, e tu ti lasci fottere e sei contento. Sei contento, Dani? Mi odi adesso? Putain- io mi odio da morire, ma odio di più te che non mi hai fatto restare. No... scusa, è colpa mia, sono una stronza. Sono così stronza che ti lascio a telefono e prego Dio di non vederti più. Comunque non sto piangendo, eh, c'è vento. C'è l'inverno, fa freddo e tira un vento del diavolo. Adesso ti devo lasciare, mi parte il treno... stammi bene."

les enfants vont bien.


24.12.15

In un angolo della stanza un vecchio abete sintetico ha perso quasi tutti gli aghi. La struttura in fil di ferro verde attorcigliato ospita una manciata di palle di natale rosse e oro ed un puntale sbreccato a forma di stella. Florence accende una sigaretta dietro l'altra, strappa via il filtro e poi fuma fino a bruciarsi la punta delle dita. È seduta a capotavola come una regina in miseria, davanti agli avanzi abbondanti del pasto che ha mangiato a stento, di malavoglia, costretta da suo figlio a mettere qualcosa nello stomaco prima che le venisse restituita la bottiglia di vino.
David mastica un sigaro spento perché, dopo trent'anni a respirare i fumi della catena di montaggio, ha deciso che i suoi polmoni si meritano la pensione e preferisce demolirsi il fegato con il cognac. Seduto sul divano vecchio del salotto, scaccia il fumo delle sigarette di sua moglie con una mano, ma anche se gratta esageratamente la gola ed espettora sporadici colpi di tosse non le dice mai di smettere.
Tomas misura nervosamente la stanza da letto, girando in cerchio come un cane che si morde la coda e latrando al telefono.
"Ti ho detto che te li pago questi alimenti di merda, ma adesso non ce li ho i- cazzo, è mio figlio, non fare la puttana Cristo santissimo."
Dani aspetta sulla porta che all'impazienza seguano le suppliche, i tentativi di riconciliazione dolciastra frantumati dall'esplosione di collera e minacce con cui suo fratello chiude la chiamata, tirando il cellulare sul materasso e trascinando le dita fra i capelli scuri, corti e rivoltati nel disordine. Tomas si volta con la mascella stretta e gli occhi lucidi, deglutendo un mattone di frustrazione solida.
"Nico non me lo fa vedere, quella cagna di merda... dovevo andarmelo a prendere domani e quella stronza mi ha detto scordatelo, mi ha detto me lo porto da mia madre."
Dani strofina il palmo di una mano dietro la nuca, raspando i due centimetri di ricrescita castana avanzati dall'ultima rasatura, e fa vagare gli occhi slavati tra le pareti della stanza con aria vacua, alla ricerca dell'orientamento. Lo trova con un sorriso vispo, da canaglia trasognata.
"Ce lo andiamo a prendere adesso, allora."
Tomas lo squadra come se si fosse messo a parlare in arabo, poi scopre i denti nella piega di un sorriso esasperato come il grumo d'ilarità che gli schizza fuori dalle narici.
Dani scrolla le spalle.
"Ci mettiamo mezzora, quello che ti manca di pagare a Zoe questo mese te lo do io."
"No."
Il sorriso di Tomas è sparito, sostituito da una tensione irrequieta che irrigidisce gli spigoli del viso in cui Dani si specchia, a sopracciglia contratte dall'incomprensione, mentre la voce di Satchmo riempie il silenzio gracchiando White Christmas.
"Come no..."
"Non me la prendo la tua carità."
Dani si guarda intorno. Cerca una soluzione allo smarrimento tra le crepe arrampicate sul muro della stanza in cui dormivano insieme da piccoli.
"Guarda che non è mica carità. - scrolla le ciglia scure, rimettendo lentamente a fuoco i lineamenti duri del fratello, la sua faccia lunga ed asciutta, la mandibola squadrata incrostata di barba. - Nico è pure mio nipote, se non lo vedi tu non lo vedo neanche io."
Apre le braccia e si sfila da sotto la cornice della porta, armandosi di buonsenso contro la collera umiliata che pulsa dentro la smorfia contratta di Tomas.
"Io non è che devo mettere i soldi da parte per comprarmi chissà cosa, eh. Il lavoro me lo sono cercato anche per dare una mano a mamma e a papà... e pure a te- Tom, putain de merde, non lo trovi un lavoro. La gente pensa che se sgarri una volta sei marcio, non te lo danno un cazzo di lavoro, anche se ti sei fatto cinque anni senza la condizionale per ripagare il tuo debito con la fottuta società di- merrrda?"
Il diretto che gli esplode sopra l'occhio destro lo fa barcollare, mentre una colata di sangue sboccia tra le due metà del sopracciglio spaccato, e quando David vince l'artrite per affacciarsi finalmente nella stanza i suoi figli si stanno già abbracciando come due pugili esausti.

Nicolas sta scarabocchiando con un dito sulla finestra appannata della sala da pranzo quando li vede arrivare, suo padre e suo zio, con le facce gonfie di lividi freschi e due ghigne da ragazzini. Decide di non informare sua madre dell'identità del coglione che si è appoggiato al citofono a un quarto d'ora dalla mezzanotte.
Preme i gomiti sul davanzale, spalma la fronte sul vetro gelido e si gode la scena dall'alto.

chaque noël.


18.12.15

"Allora ci fai la grazia, ti vediamo a Natale?"
"Non credo proprio."
"Ma dai, cazzo, devi vedere quanto fa schifo la divisa, sembro un cazzo di coglione."
"Mandami una foto."
"Una foto... cazzo, una foto dice."
"Senti, sono felice che tu sia entrato in polizia..."
"Se sei felice che sono entrato-"
"- che sia."
"Eh?"
"Se sei felice che sia entrato."
"Ah... vabbeh. Se sei felice allora vieni."
"Non posso."
"Perché no?"
"Te li sei persi gli attentati, lo stato d'allerta nazionale?"
"Ma non sei mica una cazzo di immigrata, non mi dire stronzate, la frontiera te la fanno passare a occhi chiusi."
"Allora non voglio."
"Blanche, dai..."
"No, 'Blanche' un cazzo, non usare quel tono con me."
"Ma la vigilia sarà una merda senza di te."
"Ma se non c'ero neanche l'anno scorso e l'anno prima."
"Infatti."
"Dani, scollati, ok? Non voglio venire, non voglio vedere nessuno."
"Ok, ok- ho capito. Allora... a ma' e pa' dico che stai impicciata con gli esami."
"Digli un po' il cazzo che ti pare. Ciao."

Bianca Marino butta lo smartphone in una tasca del cappotto ed affonda il mento dentro la sciarpa pesante, attraversando il cortile con le spalle strette contro il gelo. Succhia il labbro inferiore fino a farsi male, liberandolo solo quando lo sente pulsare come se stesse per scoppiarle in bocca. Tira su dal naso con gli occhi umidi di rabbia, inseguendo le capriole appannate di una foglia morta trascinata dal vento. Deci passi. Ci vogliono dieci passi prima che il formicolio delle mani la costringa a ripescare il cellulare, componendo un messaggio frettoloso e tornando ad affogarlo nel cappotto con insofferenza sconfitta. Sorride con una bestemmia stretta fra i denti, allungando il passo sotto il sole freddo per non fare tardi a lezione.

Tu me manques aussì, foutu con. Je t'aime jusqu'au bout de mon cœur.