les démons.


09.04.16

Odore di cuoio e di sudore stantio. Le finestre spalancate al livello della strada non riescono a trascinare fuori il puzzo della gomma. Dentro la palestra l'aria è umida e pesante.
"Occhi aperti."
Dani barcolla dietro le palpebre strette, si sforza di spalancarle quando il cuoio duro del guantone gli sferza la faccia. Ingoia la pressione martellante del cuore e si costringe a guardare sempre, a schivare senza scappare mai, ma sente il sangue colargli dal naso e vorrebbe saltare giù dal ring per correre a piangere tra le braccia di sua madre.
Ha undici anni.
"Tieni aperti questi cazzo di occhi, ragazzino."
Suo padre gli abbaia in faccia e lo colpisce, lo colpisce ancora, gli urla di tenere i pugni alti e le spalle basse, di non distogliere mai lo sguardo.
"Guardami, non avere paura. Non devi avere paura. La paura ti uccide."

Dani respira l'umidità densa dell'appartamento in rue de Sangreal, ascoltando lo scrosciare della pioggia che riga le finestre e filtra in casa dagli stipiti scrostati. Non sa che ore siano. Sa che Mercier è sveglio e l'ha sentito scendere dal letto, ma ha fatto finta di dormire e non si è alzato per tallonarlo in salotto. Si accende una sigaretta e recupera una birra dal frigo, appoggiando il vetro gelato contro la fronte mentre preme le spalle sullo sportello chiuso e sguinzaglia lo sguardo fino al divano, cercando la scocca lucida del portatile abbandonato sui cuscini. Annega il formicolio dei muscoli nelle sorsate veloci di nicotina e birra, piegando l'impazienza a una lucidità forzata ed impotente. Ha mentito ad Arnaud; ci sono molte cose che loro due non possono fare, nemmeno insieme, e ci sono molte cose che potrebbero andare da schifo mentre cercano di sbrogliare questa storia. Gli ha mentito perché la paura ti uccide e non puoi lasciarti prendere dal panico davanti ai pugni del tuo avversario, nemmeno se quei pugni sono invisibili e potrebbero piombarti in faccia da ogni direzione. Nemmeno se quei pugni sono bombe, complotti e attentati che fanno decine di morti. Sulle piste d'asfalto dell'Industriel Riem, contando i feriti e i morti tra le lamiere delle auto schiantate in curva a cento metri dal traguardo di rue Saint-Denis, ha capito che non puoi schivare l'ostacolo che non vedi. Se ti lasci vincere dalla paura sei fottuto e Dani ha imparato un pugno alla volta, nella palestra di suo padre, a tenere gli occhi aperti per guardarla sempre in faccia.

Piega la nuca contro lo spigolo del frigorifero che gli vibra contro la schiena, masticando il filtro della cicca con gli occhi persi incontro al soffitto. Il fumo scivola nella penombra come il corpo sinuoso di un serpente, come la curva dei fianchi stretti che ha lasciato andare qualche ora fa per tornare a casa da solo, affondando il naso dentro la giacca per trovarsi sui vestiti l'odore di Marianne ed inalarlo a fondo, scoprendo una coltellata di languore in ogni respiro. Guardando le sue spalle sgusciare via attraverso la notte, annaspando nel senso di vuoto che gli ha scavato il petto, barcollando verso casa ha imparato una lezione che né suo padre, né il suo quartiere gli avevano insegnato mai. Una lezione che non sa affrontare nemmeno ad occhi aperti, perché sul soffitto chiazzato dall'umidità o dietro le palpebre vede sempre lo stesso sorriso aguzzo, affilato come la lama che gli ha aperto il cuore.

Butta il mozzicone dentro la bottiglia vuota e la bottiglia vuota nel lavandino, strofinando il viso dentro la mano ruvida con cui trascina indietro i capelli mentre barcolla verso l'oscurità della stanza da letto, su un materasso sfondato e troppo grande (come i segreti che gli rimbombano dentro la testa), allungando una mano tra le lenzuola per trovare i fianchi di Mercier da trascinarsi addosso, sporgendosi a seppellire i pensieri nella manciata di oscenità dolciastre che gli sussurra dentro l'orecchio, per vivere l'attimo e non pensare al futuro, dimenticare il passato. Perché i rimpianti e i rimorsi non si rimarginano, tornano a sanguinare ogni volta che li sfiori, e tenere gli occhi aperti è inutile se i colpi ti arrivano da dentro.

La nostalgia ti uccide.

-- but the sunrise we'll see again.


29.02.16

David Marino ha le gambe ingessate sotto le coperte del letto su cui è inchiodato dalla notte che l'hanno massacrato di botte. Il dolore che gli pulsa senza pace nelle ossa spezzate è sedato dalla flebo che gli scioglie dentro il braccio gocce di sollievo chimico.
"Dolcezza, sei una ragazza adorabile, ma ti ho già detto di tagliarmi questi antidolorifici del cazzo. Non puoi portare del cognac a un povero vecchio?"
L'infermiera del Sacré Hart che gli sta sistemando l'ago sotto il cerotto alza la testa, il suo sguardo un po' spaesato inciampa nelle rughe d'espressione che si accartocciano intorno agli occhi sorridenti del paziente, non così vecchio sotto i capelli grigi e spettinati, che lotta contro l'inerzia pesante della morfina con la vivacità di un cucciolo irrequieto. Sorride anche lei, scuotendo la testa e sforzandosi di tenere la voce ferma quando lo informa che non può portargli dell'alcol.
Sulla porta della stanza incrocia lo stesso ragazzone che vede passare ogni giorno insieme a quell'altro, suo fratello. Sono i figli di monsieur Marino e il personale santitario non ne ha visti spesso di così devoti, soprattutto perché tra le corsie dell'ospedale nessuno ha creduto nemmeno per un momento alla storia della caduta per le scale.

Dani saluta l'infermiera con un sorriso gentile, un po' troppo evasivo, torcendo il collo per inseguirla con lo sguardo fuori dalla porta. Si chiude il battente alle spalle prima di avanzare verso il letto.
"Ciao pa', come stai oggi?"
David lo accoglie con uno sbuffo corposo di fiato ed un'occhiata scalciata verso il soffitto.
"Ma come vuoi che sto, sto bene sto, ma non mi lasciano andare... mi vogliono far crepare qui come un vecchio mongospastico."
Si lamenta con un ghigno da canaglia refrattaria alla resa, smorzato poco a poco dalla perplessità con cui rileva la fretta nervosa con cui suo figlio si sporge a baciargli le guance.
Dani allunga una mano sotto il bomber, sfilando una fiaschetta di metallo piatto che nasconde in fretta sotto le pieghe della coperta, guardandosi intorno come se si aspettasse di veder emergere una schiera di infermiere dalle pareti.
"Oh, se ti beccano neghi fino alla morte.", è il consiglio bisbigliato che gli soffia nei pressi dell'orecchio.
David strabuzza gli occhi e tossisce una risata che lo scuote tutto, conficcandogli una fitta lancinante nel ginocchio destro spappolato.
"Questo è il mio ragazzo."
Gli batte una pacca sulla spalla e scava nel letto con le mani malferme, per disseppellire la fiaschetta e scolarsi in fretta un sorso di cognac. Scopre due denti d'oro nella mezzaluna di un ghigno trionfante, da vecchia volpe, infilando il bottino sotto i cuscini.

In corridoio, Tomas si massaggia la faccia con una mano callosa mentre il dottor Kretschmann gesticola nervosamente, sistemando gli occhiali sul naso aquilino con la punta dell'indice.
"Mi ascolti molto bene, monsieur Marino. Dica a suo padre che non può strapparsi l'ago della flebo, non può chiedere alle infermiere di procurargli bevande alcoliche e non può, c a t e g o r i c a m e n t e, cercare di alzarsi per andare in bagno da solo."
Tomas sbircia l'interno della stanza attraverso i vetri della porta chiusa, adocchiando le spalle larghe di Dani che tremano nello sforzo di contenere una risata.
Suo padre racconta barzellette a tutti dal primo giorno, e promette a lui e a suo fratello che uscirà presto perché già si sente bene. Chiama per nome tutte le infermiere, ma la prima cosa che ha detto ai suoi figli quando si è svegliato, ancora stordito, è stata "dov'è vostra madre, cazzo non lasciatela sola".
Tomas fa scorrere il palmo aperto sui riccioli corti e scuri, scrolla le spalle ed alza le mani per arrendersi all'insistenza del dottore con indulgenza sfrontata.
"Mi ascolti molto bene, dottore. Glielo dica lei a mio padre che non può fare il cazzo che vuole lui. Poi vediamo se l'ascolta."

sunset coming on --


06.94 | 02.16

Florence è inginocchiata fra i resti del bicchiere rotto, davanti al lavandino che continua a riempirsi fino a traboccare, riempiendole le orecchie con lo scrosciare infinito dell'acqua corrente. Guarda le schegge di vetro sparse sul pavimento con i singhiozzi stretti nel petto, chiedendosi perché non possa prenderle e infilarsele tutte dentro ai polsi.
"Perché piangi?"
La voce di Dani è piccola come le sue spalle da bambino di sei anni, affacciato sulla porta con occhi vispi e le sopracciglia scure contratte da una fitta di apprensione confusa. Florence si asciuga in fretta le lacrime e il trucco colato, con il dorso di una mano, e si sforza di sorridergli.
"Non è niente, amore, la mamma ha rotto un bicchiere."
"Rompi un bicchiere tutti i giorni?"
Florence contrae le spalle aguzze, sollevandole di scatto quando Dani allunga un paio di passi dentro la cucina.
"Stai indietro, amore, fai attenzione ai vetri."
Dani si è dimostrato un bambino vivace (i vicini di casa direbbero turbolento) dal giorno che ha imparato a camminare, la crosta insanguinata che gli copre un gomito e i graffi sulle gambe sono i segni di una routine che le fa consumare più acqua ossigenata che pasticche. Ora guarda per terra, inseguendo con gli occhi i riflessi delle schegge sparpagliate sul pavimento, prima di sollevare cautamente lo sguardo sul viso magro e stanco di sua madre.
"Però piangi sempre, è colpa mia?"
Florence boccheggia per un attimo, stringe le labbra in un sorriso spigoloso.
"No, ma cosa vai a pensare... - la linea della sua bocca si ammorbidisce, riempiendole gli occhi scuri di una dolcezza malinconica. - Non è colpa tua, né di Tomas, né di Bianca. È solo... è come un difetto di fabbrica."
Deglutisce, passando una mano fra i riccioli sfuggiti alla crocchia sfatta che le annoda i capelli, e guarda suo figlio attraversare la cucina come un campo minato, con gli occhi bassi per non pestare i vetri con i calzini assottigliati dall'usura, attraversati dalle cicatrici di decine di rammendi.
"Ah... e ce l'ho anch'io?"
Lo guarda tirare su il mento, a un passo da lei, per spingerle in faccia una perplessità spensierata che le annoda lo stomaco di sollievo rassegnato. Apre le braccia per stringerselo al petto, baciandogli forte la testa bruna.
"No, bambino mio, tu sei perfetto."

Ha la testa gonfia di liquore e il cuore pieno di veleno. I suoi figli le stanno sempre intorno come cani da guardia, le tolgono il vino. Li odia come odia ogni sprazzo di lucidità feroce, come una parte di lei li ha sempre odiati quando la costringevano ad arrivare alla fine di un giorno alla volta. Li odia perché li ha sempre amati troppo per abbandonarli. Non riesce a pensare, non sa come è riuscita a colpire Dani in faccia, lo guarda pulirsi il sangue colato dal naso con una soddisfazione incattivita, che scivola nel vuoto che la mancanza dell'alcol che le è stato strappato di mano le scava nel petto.
Si chiude in bagno per respirare, per infilare la testa sotto l'acqua fredda. Cerca le pillole per prenderle tutte insieme, ma non le trova perché suo marito le ha spostate prima di farsi spezzare le gambe.
"Pezzo di merda..."
Ride a denti stretti, non riesce a guardarsi allo specchio senza che un conato di nausea le bruci la gola. Sente che Tomas la chiama attraverso la porta, battendoci sopra un pugno e minacciando di sfondarla. Vorrebbe raggomitolarsi a terra e dormire, invece gli apre e si lascia portare a letto. Dorme per ore che le sembrano giorni, stordita dal laroxyl, e quando si sveglia Tomas è ancora lì. No, è Dani, i suoi figli si sono dati il cambio come carcerieri.
Dani cerca di farla mangiare, riesce a imboccarle mezzo piatto di riso. Sembra stanco, ma Florence non sa se le mani gli tremano davvero o è solo un'impressione. Gli accarezza una guancia, lo chiama "il mio bel ragazzo" e poi gli chiede di uscire a comprarle da bere. Dani s'incazza, dice Cristo, hai già finito tutte le fottute bottiglie che avevi in casa. Rovescia una sedia e quasi scardina la cappa della cucina. Poi si calma, respirando piano, si inginocchia accanto a lei, le dice mi devi aiutare, mamma, io ti amo ma tu mi devi aiutare, mi devi aiutare, glielo ripete come un mantra mentre le tiene il viso fra le mani e le bacia la fronte. Florence vorrebbe davvero aiutarlo, non c'è nient'altro che vorrebbe al mondo che aiutarlo a farla stare meglio, ma ha la testa pesante e un buco nel petto, è immersa nel centro di un oceano e non sa nuotare. Scappa dalle sue labbra per scuotere la testa con le lacrime premute dietro le palpebre.
"Non posso."
Dani le asciuga le guance con dita ruvide, le accarezza una spalla troppo appuntita e le giura che starà meglio quando papà torna a casa, che andrà tutto bene. Poi si fa promettere che finirà il piatto di riso mentre lui esce a comprare un paio di bottiglie di vino.

and it's only the giving that makes you what you are.


22.02.16

Masha piange perché Tariq si mette le dita nel naso e gliele passa tra i capelli. Camille soffre il solletico, basta agitargli le dita a mezza spanna dal collo per fargli venire le convulsioni. Ramallah lo tortura tutti i giorni per minuti interi, non è soddisfatta finché Camille non si piscia addosso.

Dani ha la testa pesante e le palpebre gonfie, ma un sorriso raggiante per ogni bambino.

Maritje lo guarda rincorrerli tra i mobili, sollevarli come sacchi di piume per rivoltarseli sulle spalle come un giocoliere attento, farli ridere fino alle lacrime, sedare ogni litigio con una semplicità ruvida che li mette a loro agio. Li guarda giocare tra i cuscini del divano sventrato per farne navi spaziali, velieri di pirati, e per un po' si dimentica che ha dovuto chiedere a Dani di tenerle i bambini mentre si buca le dita ricucendo una montagna di vestiti di terza mano. Si dimentica che lei e Anselme non hanno soldi, che l'ultima volta che Masha ha avuto la febbre le hanno dovuto dare i medicinali scaduti. Si dimentica che Anselme fa due lavori per mantenere quell'esercito di bocche da sfamare. Che torna a casa tardi ed è sfinito, che non fanno più l'amore e che forse la missione che si sono scelti insieme è ormai l'unica cosa che li tiene uniti. Si scorda che certi giorni si sente in trappola e li ammazzerebbe tutti nel sonno, e che quando lo pensa si sente un mostro, e il senso di colpa le spreme la nausea nello stomaco e le lacrime dagli occhi. Che la spalla e il collo di Ramallah sono rimasti bruciati quando suo padre ha sfigurato con l'acido sua madre, che quando è uscita dall'ospedale senza più una faccia ha preferito togliersi la vita che venire a riprendersi la figlia che chiede di lei ogni giorno. Si dimentica il giorno che hanno rilasciato la madre di Heino, che se l'è portato via e tre mesi dopo l'ha lasciato morire di freddo in un vicolo mentre si prostituiva per una dose. Che il padre di Camille è finito in fondo al Verona Kreek insieme ai debiti.

Quando Dani se ne va, Maritje si alza sulle punte per baciargli le guance ispide, gli dice che sarebbe un buon padre. Dani sorride, si guarda intorno come per essere sicuro che stia dicendo proprio a lui. Si stringe nelle spalle e strofina la nuca con una mano, le dice che non pensa che avrà mai dei figli suoi, ma quando gli chiede il perché risponde soltanto che è complicato. Per un attimo, quel ragazzone che potrebbe sollevarla da terra con un braccio solo le sembra fatto di vetro e vorrebbe tenerselo stretto, proteggerlo come uno dei suoi bambini. Invece accetta le trecentocinquanta euro che le mette in mano, lo ringrazia e, mentre lo guarda sparire giù per le scale del condominio occupato, prega Dio che la vita non si prenda mai il suo sorriso.

rêve-nant.


22.01.16

Il lago ha la forma e i colori di una gigantesca piuma di pavone. La foto, scattata dall'alto, è una vecchia polaroid con cui Marianne si sventola come se fosse agosto, in canotta sotto la neve, seduta accanto a lui sulla cima di un muretto alto decine di metri.
"Devi stare attento, coglione, se li lasci avvicinare ti sbranano il cuore."
Dani la guarda senza capire, fumando una sigaretta che non si consuma mai oltre la metà.
"Chi?"
"I gabbiani."
Marianne gli allunga una mano dentro il petto, ne estrae un cuore pulsante che squarcia in due con un coltello a serramanico. Una metà la lancia ai gabbiani che si azzuffano in basso, sulla banchina, l'altra metà la ingoia. Per un attimo, Dani ha l'impressione che le sue labbra assomiglino a un becco affilato, e quando tornano ad essere solo labbra Marianne dice...
"... Baciami."
Dani cerca di parlare, ma si sente trascinato in avanti da una forza invisibile. Inghiotte una boccata di fumo e la rovescia tra le labbra di Marianne, cercando i suoi fianchi stretti con le mani. Lei gli scivola in braccio, a cavalcioni sulle sue gambe, e si aggrappa al suo collo con le braccia. Continua a baciarlo con il seno magro pigiato contro il suo petto.
Arnaud è stato seduto sul muro insieme a loro sin dall'inizio, il suo respiro sulla gola gli sgrana le vertebre con un brivido. Si protende a sussurrargli qualcosa che Dani non riesce a sentire. Gli bacia i lobi delle orecchie, gli infila una mano nei pantaloni...

Si sveglia di colpo, come per l'eco di uno sparo lontano, con uno strano peso sul cuore. Impiega qualche secondo di panico confuso per mettere a fuoco la testa bionda del bambino che si è sdraiato sul suo torace, tremando con gli strascichi di un incubo incastrati nelle pieghe delle palpebre strizzate con troppa forza.
Dani solleva un braccio pesante dietro le scapole ossute di Nico, che si scuotono come ali d'uccello, e lo strizza in un abbraccio ruvido, schiodando la nuca dal cuscino per posargli un bacio sulla testa.
"Tout ira bien."
Promette piano, in un sussurro basso, mormorando una ninna nanna senza parole finché non lo sente scivolare di nuovo in un sonno tranquillo.
Solo a quel punto alza gli occhi al soffitto buio e sfiata un sospiro pesante, sospeso tra l'insofferenza e la rassegnazione.
"Putain de bordel de merde..."

Planet Earth is blue and there's nothing I can do.


10.06.13

Quando ha lasciato che lavasse i piatti si aspettava già lo schianto del bicchiere rotto, ma l'imprecazione di Dani e la maniera in cui lo vede succhiarsi un dito insanguinato lo convincono a schiodare il culo dal divano per raggiungerlo.
Jim è alto, più alto di Dani, ma ha carni più asciutte, muscoli ornamentali. In palestra ci va per prendersi cura del proprio corpo, per rimorchiare. Non ha mai dovuto imparare a massacrare un uomo, né vorrebbe mai farlo. La laurea in medicina pagata con i soldi di famiglia la spende facendo volontariato nell'Omtrek, ma la notte dorme tra le pareti asciutte e sicure di un appartamento a due passi da Park Valentijn. Jim sa di non avere molto in comune con l'uomo (il ragazzo, non riesce davvero a vederlo come un uomo) con cui divide il letto da più di un anno. A volte si chiede se lo ama, a volte ne è certo, a volte si conta i lividi allo specchio e si chiede quanto ancora possa durare questo capriccio. Ma quando è Dani a tornare pieno di sangue, con le nocche e la faccia spaccate, il cuore gli fa una capriola nel petto e gli ricorda della prima volta che ha incrociato i suoi occhi grigi e persi come un cielo senza nubi. Sono le notti in cui si convince che da questo ragazzo si farebbe fottere fino alla fine dei suoi giorni, ma d'altro canto...
"Vieni qui, fammi vedere.", gli dice, avvicinandosi per prendergli la mano tra le proprie.
"Ma lascia, è solo un taglietto."
Dani gli cede le dita lunghe e ruvide, le nocche tumefatte, con la docilità svogliata di una bestia obbediente. Ma è quando fa per riprendersele che Jim lo trattiene, si allunga a cercargli l'altra mano con un fremito teso delle sopracciglia.
"Aspetta, lo so, fammi solo vedere le mani... girale e tienile aperte, così, con il palmo verso terra. Tienile ferme."
Dani si sforza, ma le dita gli tremano come se le avesse tenute immerse in una tinozza d'acqua gelata.
"Ti è mai successo prima?"
"Ah, questo? Sì, qualche volta succede, poi se ne va."
"Da quanto tempo."
"Un annetto, tipo?"
Jim cerca i suoi occhi, e la serenità perplessa che ci trova dentro gli irradia i nervi d'insofferenza.
"Dani, merda, guarda che non è normale."
"Che vuol dire che non è normale.", Marino contrae le sopracciglia a monte di una smorfia confusa, accartocciata nell'incomprensione, mentre si riprende le mani per trascinare il pollice ferito tra le labbra.
Jim sospira, inietta le dita fra i riccioli neri e chiude gli occhi per un momento.
"Sai cos'è la sindrome da demenza pugilistica?"
"Vaffanculo, mi stai dando del demente? - Dani si scosta dal lavello con uno scarto nervoso, diffidente, arroccandosi sulla difensiva. - Non c'ho nessuna sindrome di merda."
Jim prende il suo posto, dà le spalle al lavandino per cercarne il sostegno con la base della schiena.
"Non ancora... ma questo non è un buon segno, Dani. - gli parla lentamente, addolcendo il suono della propria voce, come per tranquillizzare un animale spaventato. - Non puoi continuare così."
"Che cazzo significa."
Dani lo guarda senza capire, ma con l'ostinazione di chi non vuole capire. Jim si fa avanti, gli prende le mani, gli bacia le nocche livide.
"Smetti."
Silenzio.
Lo bacia ancora. Glielo ripete.
"Smetti, Dani..."
Dani si libera con uno strattone impaziente, incespicando all'indietro e scorrendo il palmo delle mani ai lati del collo prima di intrecciare le dita dietro la nuca.
"Se pure... - si guarda intorno con aria disorientata, cercando l'uscita da una gabbia senza sbarre. - Pure se volessi non posso smettere, non so fare nient'altro."
Jim si stringe nelle spalle, gli sorride speranzoso.
"Impara."
La sua speranza s'infrange contro la vacuità degli occhi che lo fissano senza vederlo, per poi scivolare verso il soffitto quando Dani sospira, stropicciando una smorfia distratta.
"Non possiamo scopare e riparlarne un'altra volta?"
Jim gli volta le spalle.
Certo.
"Dammi solo un attimo... finisco i piatti e arrivo."
Certo che possono.