les enfants vont bien.


24.12.15

In un angolo della stanza un vecchio abete sintetico ha perso quasi tutti gli aghi. La struttura in fil di ferro verde attorcigliato ospita una manciata di palle di natale rosse e oro ed un puntale sbreccato a forma di stella. Florence accende una sigaretta dietro l'altra, strappa via il filtro e poi fuma fino a bruciarsi la punta delle dita. È seduta a capotavola come una regina in miseria, davanti agli avanzi abbondanti del pasto che ha mangiato a stento, di malavoglia, costretta da suo figlio a mettere qualcosa nello stomaco prima che le venisse restituita la bottiglia di vino.
David mastica un sigaro spento perché, dopo trent'anni a respirare i fumi della catena di montaggio, ha deciso che i suoi polmoni si meritano la pensione e preferisce demolirsi il fegato con il cognac. Seduto sul divano vecchio del salotto, scaccia il fumo delle sigarette di sua moglie con una mano, ma anche se gratta esageratamente la gola ed espettora sporadici colpi di tosse non le dice mai di smettere.
Tomas misura nervosamente la stanza da letto, girando in cerchio come un cane che si morde la coda e latrando al telefono.
"Ti ho detto che te li pago questi alimenti di merda, ma adesso non ce li ho i- cazzo, è mio figlio, non fare la puttana Cristo santissimo."
Dani aspetta sulla porta che all'impazienza seguano le suppliche, i tentativi di riconciliazione dolciastra frantumati dall'esplosione di collera e minacce con cui suo fratello chiude la chiamata, tirando il cellulare sul materasso e trascinando le dita fra i capelli scuri, corti e rivoltati nel disordine. Tomas si volta con la mascella stretta e gli occhi lucidi, deglutendo un mattone di frustrazione solida.
"Nico non me lo fa vedere, quella cagna di merda... dovevo andarmelo a prendere domani e quella stronza mi ha detto scordatelo, mi ha detto me lo porto da mia madre."
Dani strofina il palmo di una mano dietro la nuca, raspando i due centimetri di ricrescita castana avanzati dall'ultima rasatura, e fa vagare gli occhi slavati tra le pareti della stanza con aria vacua, alla ricerca dell'orientamento. Lo trova con un sorriso vispo, da canaglia trasognata.
"Ce lo andiamo a prendere adesso, allora."
Tomas lo squadra come se si fosse messo a parlare in arabo, poi scopre i denti nella piega di un sorriso esasperato come il grumo d'ilarità che gli schizza fuori dalle narici.
Dani scrolla le spalle.
"Ci mettiamo mezzora, quello che ti manca di pagare a Zoe questo mese te lo do io."
"No."
Il sorriso di Tomas è sparito, sostituito da una tensione irrequieta che irrigidisce gli spigoli del viso in cui Dani si specchia, a sopracciglia contratte dall'incomprensione, mentre la voce di Satchmo riempie il silenzio gracchiando White Christmas.
"Come no..."
"Non me la prendo la tua carità."
Dani si guarda intorno. Cerca una soluzione allo smarrimento tra le crepe arrampicate sul muro della stanza in cui dormivano insieme da piccoli.
"Guarda che non è mica carità. - scrolla le ciglia scure, rimettendo lentamente a fuoco i lineamenti duri del fratello, la sua faccia lunga ed asciutta, la mandibola squadrata incrostata di barba. - Nico è pure mio nipote, se non lo vedi tu non lo vedo neanche io."
Apre le braccia e si sfila da sotto la cornice della porta, armandosi di buonsenso contro la collera umiliata che pulsa dentro la smorfia contratta di Tomas.
"Io non è che devo mettere i soldi da parte per comprarmi chissà cosa, eh. Il lavoro me lo sono cercato anche per dare una mano a mamma e a papà... e pure a te- Tom, putain de merde, non lo trovi un lavoro. La gente pensa che se sgarri una volta sei marcio, non te lo danno un cazzo di lavoro, anche se ti sei fatto cinque anni senza la condizionale per ripagare il tuo debito con la fottuta società di- merrrda?"
Il diretto che gli esplode sopra l'occhio destro lo fa barcollare, mentre una colata di sangue sboccia tra le due metà del sopracciglio spaccato, e quando David vince l'artrite per affacciarsi finalmente nella stanza i suoi figli si stanno già abbracciando come due pugili esausti.

Nicolas sta scarabocchiando con un dito sulla finestra appannata della sala da pranzo quando li vede arrivare, suo padre e suo zio, con le facce gonfie di lividi freschi e due ghigne da ragazzini. Decide di non informare sua madre dell'identità del coglione che si è appoggiato al citofono a un quarto d'ora dalla mezzanotte.
Preme i gomiti sul davanzale, spalma la fronte sul vetro gelido e si gode la scena dall'alto.